Il sito archeologico di Castel di Ieri



Nel 1987, durante il corso dello scavo per la costruzione di un edificio rurale vennero alla luce in un sito poco distante da Castel di Ieri, nella Valle Subequana, parti consistenti di un manufatto caratterizzato da grandi lastre modanate. Il luogo di rinvenimento è un piccolo pianoro ai piedi di un costone roccioso caratterizzato dalla presenza di notevoli accumuli di materiale detritico e di frana.
La localizzazione del santuario va messa in relazione alla direttrice che attraverso il valico di forca Caruso e il Varco collegava la viabilità proveniente da Roma con il versante orientale dell’Abruzzo interno.
Questo percorso di collegamento intervallivo in uso al momento del passaggio della via Valeria fu abbandonato successivamente per un tragitto piu diretto verso il nuovo e piu importante polo di Superaequum, presso l’odierna Castelvecchio Subequo. Inoltre il luogo prescelto per la costruzione del tempio sembra assumere maggiore significato se consideriamo che esso si trova esattamente al punto di incrocio tra la viabilità Est-Ovest e il percorso poi ricalcato dalla viabilità provinciale Goriano Sicoli – Castel di Ieri – Castelvecchio Subequo, sicuramente esistente da età antiche e mantenuto come asse della centuriazione in età augustea.
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Ipotesi costruttiva
L’area in cui sorge il tempio, è caratterizzata da una grotta di piccole dimensioni che incombe sullo scavo e da una sorgente carsica che sboccava ai piedi della parete rocciosa; l’acqua scorreva poi verso il corso d’acqua che incide, parallelamente alla viabilità in uso, la conca subequana. L’abbassamento della falda e gli accumuli successivi di detrito hanno ora prosciugato la sorgente. Nel corso degli ultimi quindici anni è stato riportato in luce un edificio templare su alto podio che misura 15,12 metri sulla fronte e 19,8 sul lato lungo, di cui è possibile ricostruire gran parte della struttura architettonica e dell’apparato decorativo. 
Lastre in pietra modanate foderano un basamento in opera poligonale di terza maniera, utilizzata come struttura portante dell’edificio, che si addossa ad una gettata di cementizio di largo spessore.
 

L’acceso frontale avveniva tramite un’ampia gradinata perfettamente conservata che immetteva nella cella tripartita attraverso un profondo pronao che presentava sulla fronte quattro colonne e in seconda fila due colonne centrali poste all’incrocio degli assi dei muri interni con i muri esterni delle celle laterali.
Dell’alzato della cella, divisa in tre parti uguali, rimane il primo filare di blocchi in opera quadrata di travertino rivestito con intonaci policromi all’interno e acromi all’esterno.


Tutto il monumento è realizzato secondo moduli aventi come misura base il piede italico di cm 0,275.
I tre ambienti conservano la pavimentazione a mosaico a tessere bianche con fascia perimetrale nera.
All’ingresso dell’ambiente della cella centrale, un’iscrizione musiva ricorda la costruzione del tempio ex pagi decreto, il testo epigrafico, databile alla metò del I sec. a.C., si riferisce alla dedica di tre personaggi, che curarono i lavori del tempio.




Tra i materiali rinvenuti durante lo scavo nella cella cntrale va segnalato un leone in pietra locale di cui è stata trovata la base, sul lato destro del basamento centrale. Il felino, piu piccolo del vero, è raffigurato in piedi, le due zampe di destra leggermente avanzate in un accenno di movimento, la coda abbassata, la testa appena girata verso destra. Ilmuso piuttosto accurato nella resa è caratterizzato da bozze frontali molto prominenti. La criniera notevolmente frammentata, è appena accennata, del corpo è evidenziata la magrezza attraverso la resa delle costole.

Sparsi un po’ dappertutto, sono stati recuperati moltissimi frammenti pertinenti ad una statua in pregiato marmo bianco venato, che conserva ancora tracce di colore. Dai primi tentativi di ricomposizione, che riguardano soprattutto la parte superiore della statua, è possibile riconoscere, in un pesante mantello orlato di serpenti striscianti o arrotolati. Lamano destra è aperta con il pollice teso mentre sulle due dita della sinistra si nota l’attacco di un oggetto che forse era sostenuto dalla mano.
Una gamba sinistra nuda da sotto i ginocchio in giu, e una voluta (parte dell’elmo?) sono sicuramente pertinenti ad una statua di divinità la cui prima lettura come simulacro di Minerva, è tutt’ora oggetto di studio. Sicuramente non di fabbrica locale la statua raffigurata in piedi era grande circa 2 volte il vero, raggiungendo un’altezza tra i 2,50 e i 2,70 metri.


Durante i lavori per la copertura dell’edificio sacro sono venuti alla luce resti di un tempio piu antico (Tempio B), caratterizzato da uno zoccolo in pietra ed alzato in terra cruda. Intorno alla fine del II sec. a.C. e, comunque, prima della guerra sociale, il tempio in pietra piu piccolo fu ricostruito in dimensioni maggiori.




Il progetto, unitario nella struttura e nell’apparato decorativo, si inserisce nella cultura artistica medio-repubblicana di ispirazione ellenistica che influenza la tradizione italica. In concomitanza con quanto avviene in tutti i santuari italici, anche nel nostro, il declino è da collocare già nell’età giulio-claudia, quando le attività politiche, economiche e religiose, prima dislocate nel territorio, si concentrarono a Superaequum.
Il dilavamento della montagna sotto cui sorge ha fatto si che già dopo il III-IV secolo d.C. l’edificio fosse sommerso da una coltre di detriti alluvionali. Durante questo lungo lasso di tempo , il tempio ancora parzialmente visibile, subi’ lo spoglio delle decorazioni lapidee e delle lastre di rivestimento. Nel corso di alluvioni successive empio fu completamente ricoperto. Gli elementi architettonici ancora presenti furono spostati dalla furia delle acque; come le due basi di cui una fu rinvenuta alla fine della gradinata e l’altra in piedi vicina al suo basamento. Altri forse portati in vista furono trasportati altrove, per esempio una terza base utilizzata come fontana a Raiano. L’ultima tremenda alluvione che nel 1948 trasportò da Goriano Sicoli a Castel di Ieri detriti per un’altezza di cinque metri, copri definitivamente  il nostro tempio, cancellandone le ultime tracce.



I lavori per l'ampliamento della zona archeologica del Tempio italico hanno riportato alla luce una necropoli datata VIII secolo avanti Cristo, gli archeologi della Sovrintendenza hanno riportato alla luce almeno otto tombe a tumulo.



Al momento una sola di queste tombe è stata dissotterrata. Apparteneva ad una donna. Le altre riposano ancora sotto metri di terra. A giudicare dalla presenza degli oggetti rinvenuti, le sepolture erano destinate comunque a persone di rango sociale elevato.

Infatti, davanti agli occhi degli archeologi sono apparsi oggetti che testimoniavano una certa disponibilità della famiglia del defunto: fibule, medaglioni, bracciali in bronzo e in ferro. A completare il corredo sono stati rinvenute anfore e altro materiale in terracotta. Mentre intorno ai tumuli sono stati trovati anche utensili di uso quotidiano, realizzati in selce e ossidiana, dalle mani di uomini vissuti oltre 28 secoli fa.

In poche centinaia di metri quadrati sono concentrate le testimonianze di un evoluzione culturale e religiosa che dai tumuli appena rinvenuti risale sino al Tempio italico, realizzato tre secoli dopo le tombe in pietra, nello stesso posto. Anche per questo si pensa che la necropoli possa contare molte altre tombe sparse nel circondario e sepolte da quasi quattro metri di terreno. 

Intanto, sul posto, che tra l'altro è attraversato dalla faglia del monte Urano, è giunta una equipe di geologi dell'Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia guidati da Fabrizio Galadini. Gli studiosi analizzeranno le correlazioni tra la profondità delle tombe e i movimenti geologici che si sono succeduti negli anni, in una zona di faglia attiva. In pratica metteranno in atto le tecniche dell'Archeiosismologia che studia le correlazioni tra gli strati della terra con i ritrovamenti archeologici spingendosi sino a datare gli avvenimenti anche tellurici che hanno interessato il sito. «Ad esempio», spiega Galadini, «nel Tempio italico abbiamo trovato un muro che ha subìto un crollo verticale probabilmente dovuto ad un sisma. Ora indagando sulla storia del Tempio potremmo risalire alla data in cui il sisma si è verificato. Una volta fatto questo studio», conclude l'esperto, «potremmo avere informazioni maggiori sui movimenti storici della faglia del monte Urano»

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